I muretti a secco di Forio d'Ischia frutto di una sapienza e di un'antica arte contadina.
Un estratto degli appunti di Gianni Matarese pubblicati nel libro "Litolatria *, le pietre dell’isola d’Ischia e la religiosità dei primi abitanti" (litolatria (λίθος = pietra e λατρεία = adorazione)
"La pietra ha avuto da sempre un ruolo fondamentale nelle culture antiche. Il suo impiego era finalizzato alla costruzione di oggetti e strutture. Oltre a ciò, l’uomo le attribuiva una valenza simbolico-sacrale. In questo caso, la pietra rappresentava qualcosa o qualcuno ed esprimeva dei valori trascendentali. Caratteristiche, come la dimensione, la forma, la durezza e la resistenza nel tempo, la ponevano su un piano diverso connesso ad un ordine mitico e, di conseguenza, soprannaturale....."
"Ad Ischia, la pietra, in tutte le fasi storiche, è stata utilizzata principalmente per fini costruttivi, grazie alla facile reperibilità, dovuta alla natura vulcanica dell’isola e alla presenza di diverse qualità, più o meno dure...."
"Inoltre la pietra era usata nella costruzione delle mura perimetrali delle loro abitazioni e del recinto che delimitava lo spazio dedicato all’orto."
"Gli stessi contadini isolani hanno sfruttato tale elemento nelle costruzioni di parracine, palmenti, cisterne, ricoveri temporanei fino ad arrivare ad un’architettura rupestre di grande pregio qual è quella delle case di pietra, testimoniando così un ricco patrimonio di conoscenze antiche e sopravvissute ad ogni cambiamento...."
Read MoreGiovan Giuseppe Cervera, scrittore, poeta, narratore, regista teatrale e cinematografico, cultore della natura, ha scritto tanto su Ischia spinto da un amore enorme verso questa isola. E proprio, parlando della campagna, ha descritto soprattutto le parracine cioè i muri a secco e tutto ciò che era vita intorno a questo ”rustico ornamento” di architettura rurale, alle vie praticate da contadini e turisti.. Ecco cosa scriveva in un prezioso poemetto del 1959 l’indimenticabile scrittore e bravo cantore dell’isola:
“Le parracine fanno parte delle bellezze non naturali, sebbene abbiano tratto la loro composizione generalmente dalle pietre di tufo, le quali, pertanto, rappresentano gli elementi, le sillabe di questo meraviglioso linguaggio che accompagna il turista nelle sue escursioni alla scoperta dell’Ischia sconosciuta. La forma rusticana con cui il colono volle recintare i suoi campi resta il più bell’ornamento delle nostre stradette di campagna anche se impervie e trascurate da chi di dovere.
L’ingegno e la fantasia che univano la necessità dello sfogo dell’acqua piovana imbevuta dal terreno ad un ornamento semplice e rustico s’incontrarono quando la mano dell’artista posò la prima pietra di questi muri a secco che il colono greco chiamò parracine. Le balze tagliate a scaloni le ebbero per contrafforti dando alle campagne ischitane un pregio ornamentale. Sul loro ciglio l’ingordo vignaiuolo incastonò, talvolta, acuminati cocci di vetro, per evitare al passante troppo prodigo coi beni altrui di piluccare arditamente i bei grappoli maturi per la vendemmia, o vi fece nascere il rovo spinoso; ma la natura, che asseconda l’opera dell’artista, vi fece spuntare gratuitamente il roseo fiore della cannochiara. E dalle fessure uscì la menta selvatica, e molte si rivestirono di parietaria,mentre alla base, sul verde fondo, gli anemoni incastonarono gemme azzurre e gialle. Quando da poco sono state erette, la pietra è fresca, bruna se lavica, gialla o verdina se tufacea, rossa se vicino sta una vena di roccia ferrigna. Col tempo si macchiano di chiazze bianche, poi si rivestono di muschio prima rossastro, poi verde, che i fanciulli raccolgono per coprire i loro presepi. Di giorno, quando il sole ne illumina di sbieco la facciata e gli interstizi appaiono bene ombrati, esse esprimono un ricamo, in cui si leggono i sobri pensieri dei contadini, le sommesse parole del solitario viandante, il canto degli uccelli, il verso dell’asinello, l’immagine del cacciatore e del cane. È un bassorilievo che racconta tutta la vita e i costumi dell’Isola. E questo bassorilievo, spiegandosi alla nostra contemplazione, ci mostra un susseguirsi d’immagini. Ecco i muli con la classica soma; le contadine col fascio d’erba in testa, cantando ariette patetiche; il comignolo che fumiga; la massaia che cuoce il “coniglio alla cacciatora”; lo zappatore al lavoro; la noria, che al girar del somarello bendato riempie le capaci vasche. E poi filari di viti, balze a scaloni, alberi da frutta ed erbe aromatiche. Di notte, quando la luna è piena, l’effetto si ripete; ma la scultura acquista una tonalità più poetica. Dalla sua reggia il grillo, fattosi sul limitare, incanta le notti col suo cri-cri. E quando tutto tace e il notturno silenzio avvolge la vita di sogni, chi nascostamente sta a spiare vede quella vita statuaria a poco a poco animarsi: l’uccelletto salta di ramo in ramo; la vite s’abbraccia ai rami, intrecciandoli con amplessi svenevoli; l’uva premuta cola nei palmenti odorosi. Più in là quelli che battono il solaio di lapillo: i tamburi suonano; arrivano i grossi cesti imbandierati pieni di cibi profumati e, mentre i magli di legno – i “pentoni” – battono, tutti ballano e cantano: “curre, patrone, e porte u buttiglione”. Ecco l’alta scala a pioli; le campane di mezzogiorno; il fischio di primavera, di salcio bianco, suonato il 21 marzo; i fuochi artificiali sparati all’alba – la diana – per annunziare il giorno di festa; il crotalo che nel Venerdì santo andava suonato in giro pel paese, al posto delle campane; le nasselle piene di fichi al sole; i soffietti per lo zolfo; la vecchietta di pomodori; lo stridere delle tessitrici; la conserva sui tetti aprichi; l’uccelletto in gabbia; la cicala col suo rauco accento matura l’estate; il pescatore fa la nassa; il gozzo e i remi; le processioni del Santo Patrono per mare e quelle in campagna."
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